
MI CHIAMO LUCY BARTON
Di Rona Munro da Elisabeth Strout
Mi chiamo Lucy Barton è il quinto romanzo di Elizabeth Strout, pubblicato negli Stati Uniti nel
2016 presso Random House e subito divenuto un bestseller. La drammaturga scozzese Rona
Munro ha adattato il romanzo della Strout nel monologo 'My Name Is Lucy Barton', che debutta
al Bridge Theatre di Londra nel giugno 2018, con la regia di Richard Eyre e Laura Linney nel ruolo
della protagonista.
Mi chiamo Lucy Barton - il romanzo
Lucy Barton ha poco più di vent'anni e si è appena sposata, quando si trasferisce con il marito a
New York. Lucy è di Amgash, Illinois, più una puntina sulla mappa che una città vera e propria, ed
è cresciuta povera, condividendo un'unica stanza con suo fratello, sua sorella e i suoi genitori,
una sarta e un riparatore di macchine agricole; non c'e 'riscaldamento, né bagno, e non c'e mai
abbastanza da mangiare. Lucy, però, ha preso buoni voti ed è riuscita a fuggire a Chicago con
una borsa di studio. E lì ha iniziato a scrivere storie. Ne sono state pubblicate due, ma lei è timida
nel dirlo. Un vicino si interessa a lei e, quando scopre cosa fa, le consiglia di essere spietata. Lucy
viene colta di sorpresa. "Non pensavo di essere o di poter essere spietata", ci dice. Il modo in cui
impara a diventarlo è l'argomento di questo libro sorprendentemente feroce.
L'adattamento teatrale
Lucy Barton si sveglia dopo un'operazione e scopre, con sua grande sorpresa, sua madre ai piedi
del letto. Non si vedono da anni, la donna non e' mai venuta a New York prima. La madre di Lucy
– non sappiamo il suo nome – è una presenza ambigua, in parte conforto, in parte minaccia.
Chiama Lucy con il soprannome della sua infanzia, Wizzle, è riservata ed orgogliosa del Midwest,
e, nei lunghi giorni della sua visita la obbliga ad ascoltare storie di Amgash e della sua gente, che
condisce con umorismo amaro. C'è Kathie Nicely, ad esempio, una donna ricca i cui vestiti ha
cucito la madre di Lucy, che finisce per divorziare dal marito, abbandonata dall'amante e
disprezzata dai figli, e Mississippi Mary, il cui destino, quando scopre l'infedeltà del marito, è
altrettanto squallido. Ciò di cui alla madre di Lucy non piace parlare è la loro famiglia: i Barton. Del
padre di Lucy, tornato dalla Seconda Guerra Mondiale con un disturbo da stress post-traumatico,
che fu preso da un panico inarrestabile e umiliò brutalmente il fratello di Lucy. Della stessa madre
di Lucy che picchiava i suoi figli. Di come Lucy, quando era molto giovane, veniva chiusa nel
camion di famiglia mentre i suoi genitori andavano a lavorare, un calvario che Lucy non riesce ad
affrontare. Il linguaggio di Strout, abilmente adattato per il palcoscenico, è semplice come un
vaso a spirale o una sedia Shaker, una costruzione solida e senza fronzoli la cui eleganza risiede
nella sua raffinata unità.
Lo spettacolo
Il setting è molto semplice: un letto d'ospedale singolo e una poltrona anonima occupano il palco.
Sullo sfondo della camera d'ospedale una grande finestra, protagonista emozionale dei ricordi e
dei passaggi di tempo del racconto di Lucy: fuori c'è New York, la grande città, con i suoi
grattacieli e la sua vita pulsante, ma la memoria della protagonista accende immagini che
vengono da molto lontano, l'infanzia trascorsa nella provincia profonda, ricordi che riaffiorano
come i palazzi emergono dalle lunghe notti del ricovero.
L'attrice protagonista si alterna fra i ruoli di Lucy e della propria madre, in un dialogo emozionante
e pieno di significato, nel quale Lucy è madre e figlia di se stessa e poi di nuovo madre di figlie
che porteranno con sé, per tutta la vita, la difficoltà di rapporti familiari segnati dal dolore.
Concept - Una esplorazione del dramma familiare
Portare sulla scena i temi del romanzo di Strout è una operazione che parla al cuore dello
spettatore. Come nel romanzo di Strout, anche qui c'è la possibilità che Lucy abbia fantasticato
sulla visita di sua madre, sia nella nebbia della sua malattia che nella sua immaginazione di
scrittrice di narrativa. Ma il momento di solitudine nella camera d'ospedale è l'occasione
formidabile per un confronto a cuore aperto con se stessa, una educazione sentimentale che Lucy
indaga dando voce alla donna che più di ogni altra la conosce e che con lei condivide un difficile
destino femminile, quando una donna sceglie per se stessa una strada professionale che ne
mette inesorabilmente in crisi la funzione familiare. 'Ce l'hai fatta, Wizzle!' dice la madre alla figlia,
ed è la stessa Lucy che lo dice a se stessa, in un gioco di specchi nei quali la protagonista di
questa storia si vede passare davanti le tante vite che avrebbe potuto avere, le tante possibilità.
Elisabeth Strout
Laureata in letteratura inglese al Bates College nel 1977 e in giurisprudenza alla Syracuse University, ha insegnato al Manhattan Community College e i suoi racconti sono apparsi su Redbook, Seventeen, Oprah Magazine e New Yorker.
Nel 2000 è tra i finalisti dell'Orange Prize e viene candidata al Premio PEN/Faulkner per la narrativa. Nel 2007 insegna alla Colgate University come professoressa del National Endowment for the Humanities. Nel 2009 vince il Premio Pulitzer per la narrativa con Olive Kitteridge (2008) romanzo che nel 2010 le permette di aggiudicarsi anche il Premio Bancarella, con l'edizione tradotta e pubblicata dalla Fazi Editore nel 2009. Nel 2012 vince il Premio Mondello.
Vive tra il Maine e New York, con il marito James Tierney, avvocato e politico, e la figlia.
Rona Munro
Scrittrice e drammaturga, scrive opere teatrali per il teatro, la radio e la televisione. I suoi lavori cinematografici includono Ladybird, Ladybird (1994) di Ken Loach, Oranges and Sunshine (2010) di Jim Loach e Aimée & Jaguar (1999), di cui è coautore il regista tedesco Max Färberböck. Scrive l'ultima serie dell'originale Doctor Who nel 1989 e poi ancora nel 2017, scrivendo un episodio per la decima serie della versione rivisitata. Vive e lavora in Scozia. La sua opera teatrale The Last Witch è stata rappresentata al Festival di Edimburgo del 2009 diretta da Dominic Hill, e nel 2011 dal Dumbarton People's Theatre. La produzione del Pitlochry Festival Theatre, diretta da Richard Baron, è stata in tournée in Scozia nel 2018. Sempre del 2018 è la produzione del suo adattamento di My Name Is Lucy Barton con Laura Linney, in scena a Londra e a Broadway.
Crediti
Scene; Matteo Soltanto
Costumi: Licia Lucchese
Luci: Pietro Sperduti
Progetto Video: Raffaella Rivi
Musiche originali: Arturo Annecchino
Progetto e regia: Nicoletta Robello